Comune di Monza
MONUMENTO DI MICHELE E ARTURO SCOTTI
Cimitero urbano di Monza - Campo 4 - Posti 1-2
Descrizione generale
Il monumento funebre di Michele e Arturo Scotti è una delle opere più intense e toccanti del Cimitero Urbano di Monza, capace di trasformare una vicenda familiare in un racconto universale di dolore, amore e sacrificio.
La composizione celebra il sacrificio di Arturo Scotti, morto per la Patria il 24 agosto 1917, e del padre Michele, la cui esistenza rimase indissolubilmente segnata dalla perdita del figlio.
L’intero monumento è concepito come un dialogo visivo ed emotivo tra due elementi distinti ma inseparabili, posti sul medesimo piano rialzato da una lastra marmorea, in modo da costringere l’osservatore a leggerli insieme.
Lungo il viale secondario si sviluppa la scultura principale: Arturo Scotti è raffigurato a grandezza naturale, disteso su una barella, immediatamente riconoscibile come strumento di guerra e di soccorso. Il corpo esanime è reso con un realismo sobrio e struggente: il peso della morte grava sulle membra abbandonate, il volto è immobile, il braccio destro cade verso terra, mentre il sinistro è raccolto lungo il fianco e parzialmente coperto dal tricolore, unico segno simbolico che richiama il sacrificio per la Patria.
Nell’angolo interno dello spazio funerario si erge il cippo di Michele Scotti, che custodisce le sue ceneri. È una struttura composta da un basamento marmoreo quadrangolare, sormontato da un tronco piramidale, sul quale poggia una capsella decorata con quattro mascheroni angolari, elementi dal forte valore simbolico e memoriale.
Il legame padre-figlio
Il cuore emotivo del monumento di Arturo Scotti e Michele Scotti risiede nel rapporto profondo e indissolubile tra padre e figlio, reso visibile attraverso una costruzione scenografica di grande intensità.
Non si tratta di una semplice commemorazione doppia, ma di una narrazione unitaria, in cui la morte dell’uno trova senso solo in relazione all’altro.
Arturo è raffigurato nel momento più fragile e definitivo della sua esistenza: il corpo senza vita, disteso sulla barella, restituisce tutta la vulnerabilità del giovane strappato alla famiglia e alla vita. Michele, presente attraverso il cippo che accoglie le sue ceneri, non è un personaggio secondario, ma il polo affettivo verso cui converge l’intera composizione.
Il gesto più eloquente è affidato alla scultura stessa: il capo del giovane soldato è orientato verso il cippo paterno. In questo dettaglio silenzioso si concentra il senso dell’opera: anche nella morte, il figlio cerca il padre; e il padre, pur assente fisicamente, diventa il punto di raccolta del dolore, della memoria e dell’amore.
L’epitaffio inciso sul fronte del monumento esplicita ciò che la scultura suggerisce: l’“ardente amore di patria” che conduce il figlio alla morte non riesce a compensare il dolore sovrumano del padre. La perdita non è riscattata dall’eroismo, ma vissuta come ferita insanabile, tanto profonda da legare simbolicamente le due morti.
In questo modo il monumento supera la dimensione storica del caduto in guerra e diventa una riflessione universale sull’amore filiale e paterno, sulla continuità degli affetti oltre la morte e sulla devastazione che la guerra produce non solo sui corpi, ma sulle relazioni più intime.
Il sepolcro Scotti si impone così come una delle testimonianze più alte del Cimitero di Monza nel raccontare, attraverso la scultura, la tragedia privata che si cela dietro ogni nome inciso nella storia
Valore artistico e significato
L’opera di Eugenio Bajoni si distacca consapevolmente dal gusto celebrativo ed eroico della scultura funeraria ottocentesca. Non vi è enfasi, non vi sono pose trionfali: la morte è mostrata così com’è, nella sua dimensione umana e irreversibile.
Il linguaggio è quello di un verismo lirico, capace di unire precisione formale e intensa partecipazione emotiva, in sintonia con le ricerche artistiche più avanzate del primo Novecento.
Privo di quinte architettoniche o di fondali monumentali, il sepolcro concentra tutta l’attenzione sul corpo del giovane, rendendo l’esperienza dell’osservatore immediata e profondamente coinvolgente. Il monumento Scotti diventa così non solo memoria di una famiglia, ma testimonianza civile, capace di interrogare ancora oggi sul costo umano della guerra e sul valore degli affetti spezzati.
L’autore: Eugenio Bajoni (1880–1936)
Eugenio Bajoni fu uno scultore italiano attivo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, periodo segnato da profondi mutamenti storici, sociali e culturali. La sua opera si colloca nel passaggio dalla scultura celebrativa ottocentesca a un linguaggio più moderno, attento alla dimensione umana, emotiva e civile del soggetto rappresentato.
Formatosi in un contesto ancora legato al realismo e al verismo, Bajoni sviluppò una poetica personale caratterizzata da un forte naturalismo, unito a una sensibilità lirica che emerge soprattutto nelle opere funerarie e commemorative. I suoi lavori si distinguono per la capacità di rendere il corpo umano come veicolo di sentimento, evitando pose retoriche o idealizzazioni eroiche.
Nel monumento di Michele e Arturo Scotti (1919), Bajoni raggiunge uno dei punti più alti della sua produzione: la figura del giovane soldato, distesa su una barella, non celebra la vittoria ma mostra il costo umano della guerra, inserendosi pienamente nel clima di riflessione e dolore del primo dopoguerra.
La scelta di un linguaggio sobrio, diretto e privo di enfasi retorica colloca Bajoni tra quegli artisti che, all’indomani del conflitto, trasformano il monumento funebre in luogo di coscienza civile, oltre che di memoria privata.
La sua attività non si limitò all’esecuzione plastica: è probabile che Bajoni fosse coinvolto anche nella fase progettuale e grafica delle opere, come suggeriscono i disegni acquerellati allegati alle richieste di autorizzazione per alcuni monumenti.
Oggi Eugenio Bajoni è riconosciuto come una figura significativa della scultura funeraria lombarda del primo Novecento, e il monumento Scotti nel Cimitero Urbano di Monza rappresenta una delle testimonianze più alte della sua capacità di unire qualità artistica, intensità emotiva e valore storico.
